Lezioni utili sull’onda dello sharing diffuso

Lezioni utili sull’onda dello sharing diffuso

Il treno rapido della sharing economy sta trasformando diversi settori, grazie a tecnologie che consentono un po’ a tutti di offrire servizi che mescolano l’aspetto “personale” con quello “professionale” con una serie di vantaggi generalizzati. In Usa, il mercato degli affitti peer-to-peer è calcolato sui 26 miliardi di dollari e la valutazione di Airbnb è salita a 10 miliardi, mentre arriva fino a 17 miliardi quella di Uber, stella del ride-sharing.

Ma non è tutto rose e fiori, anzi gli esperti mettono in guardia: questo modello non funziona in tutti i settori industriali né va applicato a scatola chiusa. È cruciale trarre le  lezioni giuste del boom in atto e operare le necessarie differenziazioni, ancor prima di attirare danarosi investitori. Lo suggerisce Raj Kapoor, CEO di fitmob e già cofondatore di Snapfish.

Innanzitutto, questo modello funziona solo laddove il business tentenna e gli utenti chiedono innovazione. Concentrandosi sul quadro Usa, è certamente il caso del ride-sharing nelle grandi metropoli, dove diventa sempre più problematico muoversi rapidamente e i trasporti pubblici fanno cilecca. Idem per la “fitness industry”: la gente spende 75 miliardi l’anno per andare in palestra, ma il 60% poi non le frequenta e l’obesità sta diventando un cataclisma. Perciò, Lyft, Uber e fitmob, rispettivamente, arrivano a risolvere questi problemi creando «un’esperienza piacevole, accessibile con un click e conveniente che offre ai consumatori evidenti benefici che invece difettano nei servizi tradizionali».

Quel che conta è sempre l’esperienza delle persone sul campo, laddove il successo è assai più difficile da raggiungere rispetto alla volatilità di piattaforme e app accattivanti. Il punto rimane cioè la «massima attenzione alla qualità dell’esperienza offline…e gran parte del lavoro della sharing economy è basato sulle connessioni umane e sulla community, non sulla tecnologia».

Sulla faccenda della regolamentazione del settore, tema al momento assai caldo in varie città e situazioni nel mondo, Kapoor propone di evitare di ignorarle e lavorare invece con le autorità locali per trovare soluzioni soddisfacenti per tutti. Passo apparentemente logico, ma non di rado sottovalutato da varie start-up, intente a competere con ogni mezzo contro «le attuali strutture regolamentari mirate solo all’imprenditoria di larga scala e professionale».

Va infine infranto il mito secondo cui alle aziende dello sharing bastano pochi capitali e qualche stringa di codice e una bella vetrina online per aver successo. Basti vedere le centinaia di milioni di dollari tirati su da Airbnb, Lyft e Uber per aprirsi un varco nel mercato corrente. E «tanti imprendori stanno ancora cercando di capire quali business model possono funzionare e quali invece no».

Meglio insomma studiare bene il quadro e differenziare i modelli – pur se, poco ma sicuro, «il futuro dell’economia collaborativa appare stimolante e promettente».

La sharing economy arriva alla Camera dei Deputati. Ecco il resoconto
Le 5 caratteristiche dell'economia collaborativa (e cosa distingue Airbnb da Car2go)