La sharing economy transazionale e trasformazionale. Intervista con Neal Gorenflo al ritorno dalla Sharing School

La sharing economy transazionale e trasformazionale. Intervista con Neal Gorenflo al ritorno dalla Sharing School

Neal Gorenflo, 51 anni, americano, ex lobbista redento, è il fondatore di Shareable, il primo magazine dedicato interamente all’economia collaborativa, un punto di riferimento per chiunque nel mondo si interessi a questi temi.
Neal è stato ospite d’eccezione della prima Sharing School che si è tenuta a Matera dal 23 al 26 gennaio 2014: una quattro giorni in cui ci si è confrontati su come stia cambiando la sharing economy negli Stati Uniti e su come, per contro, stia nascendo un modello tutto italiano più vicino al territorio e al sociale. Con questa intervista ripercorriamo i punti salienti del pensiero di Neal  e le sue impressioni sull’approccio italiano all’economia collaborativa. 

Parlando di sharing economy, tu hai distinto tra fenomeni e piattaforme transazionali e altri trasformazionali (transactional and trasformational). Qual è la differenza?

Le forze che sospingono l’economia collaborativa cambieranno la società, questo è inevitabile.  Resta da vedere però se il cambio sarà migliorativo o peggiorativo per la vita quotidiana dei cittadini. E ciò dipende strettamente dalle scelte che essi stessi faranno.
Il passaggio è simile a quello che succede nel film Matrix. Ricordate? Morfeo offre a Neo, il protagonista, la scelta tra la pillola rossa e quella blu. Quella rossa lo lancia nella realtà, che è il prodotto di una battaglia collettiva. Quella blu, invece, lo porta dentro a Matrix, l’accettazione passiva di una realtà già confezionata, semplice e artificiale.
Ecco, l’economia collaborativa si trova di fronte a un bivio simile. Possiamo prendere la pastiglia rossa, cioè scegliere il duro lavoro trasformativo. Oppure possiamo mandare giù quella blu, cioè accontentarci della convenienza della sharing economy transazionale.

Ma cosa implicano le due scelte?

La sharing economy trasformativa – cioè la pillola rossa –  è quella in cui le relazioni sociali cambiano in meglio, si costruiscono legami sociali solidi e duraturi basati sul supporto reciproco e nelle imprese vengono a crearsi elementi dei Commons    cioè delle cooperative – caratterizzati da una gestione collettiva e comunitaria delle risorse o dell’impresa stessa.

Le imprese così costruite hanno l’obiettivo di produrre benefici per la collettività: la stessa impresa, infatti, è una comunità.  In queste aziende il fatto di avere un obiettivo “sociale” viene spesso legalmente inserito negli atti costitutivi. Gli utenti sono la ragion d’essere dell’azienda: essa esiste per servirli.

Un buon esempio è Modo, la cooperativa di Vancouver che offre servizi di carsharing: i suoi utenti coincidono con i membri della cooperativa, hanno così diritto di voto sulle decisioni e possiedono quote nella società.

Le aziende trasformative implicano che i cittadini lavorino insieme, e a lungo, per creare una realtà migliore: non esistono scorciatoie. È un duro lavoro che si srotola su un lungo periodo, e che non offre garanzie di successo.

E la sharing economy transazionale invece?

La sharing economy transazionale e i suoi processi – la famosa pillola blu di Matrix – rinforzano le sperequazioni sociali già esistenti e si basano su relazioni sociali scarse ed effimere. Tutte le transazioni delle imprese che appartengono a questo modello, inoltre, si inseriscono perfettamente nel mercato attuale. L’impresa di questo tipo infatti è una commodity che un ristretto gruppo di proprietari cerca di piazzare sul mercato ricavandone il massimo. L’obiettivo e il vincolo giuridico di queste imprese consistono unicamente nel generare il massimo rendimento possibile per gli azionisti: anche se alcune di queste imprese parlano del proprio “impatto sociale”, legalmente parlando non c’è alcuna missione sociale. Gli utenti sono semplicemente un mezzo per vendere l’impresa.

Uber è un esempio chiaro: gli autisti non hanno alcuna diritto di parola e nessuna quota proprietaria, sono costretti a subire condizioni lavorative e salari sempre peggiori e non hanno alcun potere per correggere gli abusi.

C’è chi sostiene che i rapporti tra i proprietari delle piattaforme – per esempio Uber – e i loro fornitori – per esempio gli autisti – rendano questi ultimi a tutti gli effetti dei lavoratori dipendenti. E proprio per questo alcune piattaforme di lavoro on demand come Uber stanno avendo problemi legali.
Per tornare all’esempio di Matrix, le piattaforme comprese nella “pillola blu” richiedono agli utenti unicamente di premere un pulsante per ottenere i servizi che desiderano. Spesso questi sono effettivamente servizi migliori, ma si reggono sulle spalle dei lavoratori precari

Voi che avete fondato Shareable cosa fate per cercare di indirizzare questo percorso?

Un grande obiettivo di Shareable è aiutare le persone a scegliere la pillola rossa, lavorando per una sharing economy trasformativa, imbarcandosi insieme nell’avventura di creare una realtà sociale migliore. Uno stile di vita basato sulla condivisione trasformativa è profondamente gratificante, ma i cittadini hanno bisogno di sapere che per ottenerlo bisogna prima fare una scelta e poi lavorare insieme per dare una forma “benefica” alla sharing economy.

A che punto è la sharing economy negli Stati Uniti?

Intanto bisogna dire che quando si parla di sharing economy o di economia collaborativa si usa una terminologia molto vaga. Ciò detto, questo è un mondo che si compone di molti settori industriali diversi, che tra loro sono a diversi stadi di sviluppo. Il comparto della mobilità e dell’ospitalità sono i più avanzati, con Uber ed Airbnb in prima linea nella disruption, cioè nella rottura netta col passato.
Anche se il dibattito e la conoscenza su questi servizi ha ormai raggiunto il pubblico di massa, la penetrazione è ancora modesta. Siamo ancora in una fase iniziale, ma certamente verso la fine dell’inizio. C’è bisogno di fare ricerca su questo fenomeno, ma vedo già un grosso miglioramento nella ricerca esistente.

Un segno di maturità è l’emergere della sharing economy 2.0, cioè quella in cui i provider delle piattaforme sono anche proprietari e coloro che prendono le decisioni.
Loconomics, per esempio, è un progetto nato a Oakland, in California, ed è una versione cooperativa, prossima al lancio, di  TaskRabbit, la piattaforma di lavoro on demand: la differenza è che su Loconomic sono gli stessi professionisti che offrono i servizi a possedere e gestire la piattaforma.
Lazooz è una versione cripto-equity di Uber in cui si diventa autisti per ottenere gettoni: la piattaforma è autogestita con l’aiuto della tecnologia blockchain, l’innovazione al centro di Bitcoin. Non possiamo ancora dirlo con certezza, ma questi esempi sembrano portarci verso la “pillola rossa e abbiamo parlato diffusamente di questo trend nel documento “Owning is the New Sharing.”

Uno dei tratti più interessanti della Sharing Economy 2.0 è che offre la possibilità di ingrandire lentamente il processo trasformativo: lo rende cioè scalabile.

Sei appena stato in Italia. Come vedi lo sviluppo della sharing economy nel nostro Paese?

Io penso che gli italiani siano più bravi degli americani a rendersi conto delle stronzate: conoscono la differenza tra il cambiamento trasformazionale e quello transazionale meglio di noi negli Usa. E penso dunque che sceglieranno con piacere il primo. D’altra parte è una scelta che ha a che vedere con la storia e con la cultura dell’Italia: i beni pubblici sono stati riconosciuti già nel diritto romano. Le città italiane sono celebri per loro piazze: bellissime e ben utilizzate. La condivisione è un elemento iscritto persino nel modo in cui sono state costruite le città italiane. L’Italia è anche il luogo di nascita dell’università, un mondo reale che cambia il modello cooperativo dell’istruzione (al quale abbiamo bisogno di tornare).

Insomma, l’Italia ha una grande eredità alla quale attingere per rilanciare e reinventare la condivisione.

Concretamente, però, a cosa ti riferisci?

Per esempio il lavoro di Chris Iaione a Bologna, a  Mantova e in altre città incarna questo potenziale: è improntato alla creazione di un nuovo quadro giuridico e di processi sociali per la gestione delle risorse comunitarie attraverso partnership  tra istituzioni pubbliche, privati e cittadini privati (PPC). Insomma, un lavoro pionieristico sulla governance dei beni comuni.
C’è poi il lavoro di Collaboriamo e di Università Cattolica: sono molto colpito da progetto Sharitaly, il primo panel cross-settoriale che esplora il potenziale della sharing economy. Lo stesso team ha favorito il processo di ShareExpo per favorire la crescita di della sharing economy sfruttando Expo, e sono co-organizzatori della Sharing school, organizzata anche da Casa Netural, a Matera.
A Matera ho conosciuto anche Alex Giordano di RuralHub, che sta mettendo in contatto i “social innovator” delle aree rurali del Sud Italia.  Ecco, in America non esistono esperimenti di questo tipo. Queste iniziative legano in modo sapiente il nuovo e l’antico, e rendono l’Italia un leader nella transizione verso un’economia collaborativa.

Una via italiana alla sharing economy?
La rassegna stampa della sharing school (post in aggiornamento)