How to disrupt disruption? Ritornando da Ouishare Fest

How to disrupt disruption? Ritornando da Ouishare Fest

di Giorgio Baracco

After the Gold Rush. Questo l’evocativo tema del IV Ouishare Fest tenutosi a Parigi dal 18 al 20 maggio nell’affascinante location di Cabaret Sauvage. E cosa succede dopo la corsa all’oro? Cosa accade dopo l’eroica epoca dei pionieri?  O meglio cosa rimane da fare dopo aver mappato, setacciato, estratto le risorse materiali e immateriali di  un territorio? La risposta all’Ouishare Fest è stata chiara: Exploring the edges, ovvero esplorare i confini, spingersi alla ricerca di quei filoni, per rimanere fedeli alla metafora scelta, più nascosti e lontani dal centro ma non per questo meno potenzialmente preziosi e fruttiferi.  Non solo. Il post “corsa all’oro” evoca  un’altra (fondamentale) esigenza: un bisogno di normalizzazione, un bisogno di regole, norme cioè  che disciplinano paesaggio sociale, creando un framework accettato e accettabile.

Come tenere assieme queste esigenze? How to disrupt disruption? Due sono i modelli, ancora embrionali, che sono stati discussi e dibattuti nei diversi incontri e worskshop tenutosi a Cabaret Sauvage. Il primo fa riferimento a tutto quel mondo di riflessioni, pratiche, sperimentazioni che definiamo platform cooperativism (ne abbiamo parlato qui). E’ la posizione, ad esempio, di Nathan Schneider, giornalista, intellettuale, attivista americano, che è stato tra gli organizzatori della convention dedicata al platform cooperativism tenutasi a New York lo scorso autunno.
La posizione di Nathan in tema è cristallina: la sharing economy, almeno quella che fa rima con Uber e altri unicorni, non si è mostrata all’altezza delle aspettative e ha sperperato quel capitale di fiducia in una società più equa e giusta che aveva sollecitato nelle comunità. Occorre perciò ripensare la governance delle piattaforme, il medium per definizione dell’economia della condivisione, fare in modo che il valore generato venga ridistribuito tra i producers e non finisca nelle mani dei soliti noti. Il punto di partenza di tutto questo sono appunto la disciplina e le pratiche della cooperazione di volta in volta adattate a seconda del tipo di piattaforma e del mercato di riferimento. Non solo: abbiamo bisogno di praticare e sperimentare soluzioni ibride, ripensando anche e soprattutto nostro il ruolo di cittadini nell’infosfera, reclamando cioè tutta una serie di diritti che rendano la Rete un reale spazio di democrazia digitale.

Ma la posizione di Nathan non è sola. Un’altra idea è emersa con forza durante lo Ouishare Fest e fa riferimento non alla governance e all’empowerment dei cittadini digitali, ma alla forza della tecnologia e alla sua capacità di essere un costante driver di innovazione. Ci stiamo riferendo alla blockchain, un’infrastruttura già nota, e correntemente utilizzata per le transazioni in bitcoin, di cui però solo ora si incomincia a intravedere il vero potenziale: la capacità di assicurare trasparenza e legittimità alle transazioni senza la necessità di una terza parte, senza la necessita dell’elemento fiducia (si tratta appunto di una tecnologia trustless) all’uopo sostituita da algoritmi.  La discussione sulla blockchain animata da imprenditori, accademici si è poi accesa parlando del DAO, acronimo per decentralised autonomus organization, il primo esempio di organizzazione digitale (ma l’espressione è ampiamente insoddisfacente)  completamente autonoma, capace di autoregolarsi e autoriprodursi (e basata sulla blockchain Ethereum). Premesso che la blockchain in sé è uno strumento e il suo successo dipenderà dalla possibilità di utilizzare (future) applicazioni che la rendano fruibile dai cittadini e dalle imprese (William Mougayar, imprenditore e uno dei massimi esperti di blockchain è stato chiaro: “La blockchain è come passaporto che non ha valore in sé ma come strumento per poter viaggiare”), è bene chiarire che grande è la confusione sotto il cielo: come ha dichiarato lo stesso Philippe Dewost, Direttore aggiunto di Cassa Depositi Francia, che coordina un gruppo di imprese attive su questi temi nel territorio dell’Exagone, “La stragrande maggioranza delle cose che si leggono in tema di blockchain non corrispondono al vero. In questo momento l’unico modo per verificare le potenzialità e gli ambiti di applicazione della blockchain è lavorarci sopra condividendo informazioni con comunità e imprese”. Il futuro, conclude lo stesso Dewost citando Saint Euxpery, non lo si immagina lo si permette.

Giorgio Baracco
Laureato in giurisprudenza ha rapidamente abbandonato gli studi giuridici per occuparsi di IT presso la più grande azienda informatica del mondo. E’ stato successivamente Managing editor presso una piccola casa editrice specializzata in produzioni di nicchia legate al mondo dell’entertainment. La sharing economy e l’economia sociale sono le sue ultime passioni: come CEO di Proteina, una start-up che sviluppa e offre servizi collaborativi a imprese, PA e organizzazioni no-profit,  promuove e organizza nel 2015 la Conferenza Europea del Coworking e la conferenza italiana all’interno della Collaborative Week di Milano. Scrive sugli Stati Generali.

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