Ecco come la città di Milano ha favorito la sharing economy durante Expo

Ecco come la città di Milano ha favorito la sharing economy durante Expo

L’anno scorso più o meno di questi tempi scrivevo sulle pagine di questo blog una lettera aperta a Pisapia nella quale invitavo il sindaco e tutta la giunta milanese a sfruttare l’occasione di Expo per dar luce e forza a una Milano d’avanguardia in forte movimento.

“Provi a immaginare signor sindaco”, scrissi, “se tutto questo straordinario tessuto collaborativo si mettesse in moto per l’Expo 2015. Se i visitatori che arrivassero nella nostra città potessero conoscere i milanesi andando a dormire a casa loro, cenando nelle loro case, incontrandoli nei negozi, visitando i quartieri e il territorio attraverso i loro occhi, avendo loro come guide, o muovendosi con le loro macchine? I viaggiatori – non più turisti – avrebbero l’occasione di scoprire una città diversa fatta di piccole esperienze uniche e di percorsi personalizzati di conoscenza. I cittadini, le associazioni, le imprese sociali avrebbero l’occasione di guadagnare qualcosa da queste attività sentendosi parte integrante di un evento e non mero corollario”.

L’appello era figlio del lavoro che si stava facendo con il Comitato organizzativo di Sharexpo, un percorso volto a sensibilizzare la città di Milano sull’opportunità di favorire i servizi collaborativi per far fronte al picco di domanda generato dall’esposizione universale. A un anno da quell’invito e all’avvio di Expo si può con soddisfazione affermare che quel lavoro, per una volta, è servito, e che a Milano oggi è una delle tre città al mondo, insieme a Seoul ed Amsterdam, che sta provando ad avviare un percorso programmatico sulla sharing economy.

Complice la crescita dei principali servizi collaborativi – e le polemiche connesse – l’attenzione verso la sharing economy è aumentata, e sempre più persone sono disposte a mettere in condivisione i propri beni. Secondo una ricerca presentata qualche giorno fa dall’Istituto Giuseppe Toniolo, in collaborazione con l’Università Cattolica, più del 60% dei giovani fra i 19 e i 32 anni sono disponibili a una visita turistica collettiva organizzata da residenti e più del 40% a dormire, mangiare a casa di privati o a intraprendere con questi viaggi in auto. Ancora più significativo che il 43% del campione lo farebbe anche con risparmio nullo o limitato, a dimostrazione del fatto che nella scelta conta la convenienza economica ma anche l’aspetto più sociale dell’esperienza in sé.

Ed è proprio per valorizzare i benefici che genera l’economia collaborativa, e quindi per favorire la costruzione di una città più coesa e resiliente, che il Comune di Milano ha promosso “Milano sharing city”, un percorso di “facilitazione, connessione e coordinamento” dell’economia collaborativa, che ha preso avvio con una delibera pubblicata il 19 dicembre scorso e che, al momento, ha portato all’approvazione di un sistema di voucher per favorire la frequentazione dei coworking, a una delibera per sperimentare azioni di civic crowdfunding, all’avvio del dialogo con Airbnb per la messa in regola del servizio, alla costituzione di una rete locale di attori interessati a lavorare col Comune sul tema della sharing economy, e a breve, anche a un bando per l’apertura di un spazio in città dedicato all’economia collaborativa. Un percorso ancora embrionale ma che ha costituito il terreno fertile sul quale si sono innestate una serie di iniziative imprenditoriali legate alla sharing economy e focalizzate su Expo.

Solo negli ultimi mesi nel capoluogo lombardo sono stati lanciati progetti come:

Exporience, una piattaforma che propone itinerari turistici nel Nord Italia basati sulla sharing economy;

SmartforExpo, un’associazione che ha deciso di trasformare un problema –la mobilità durante Expo- in un’opportunità di sperimentazione dello smart working in aziende;

Expoincittà, una piattaforma di eventi costruita in crowdsourcing;

Piacere Milano, un servizio che favorisce l’incontro fra cittadini e visitatori durante Expo;

Ciaomami, un progetto per mettere in contatto famiglie milanesi con quelle straniere (o, comunque, in visita nel capoluogo lombardo) per condividere oggetti destinati ai bambini (passeggini, carrozzine, seggiolini auto, culle, vaschette…) non sempre facili da portarsi dietro;

StandbyMi, una piattaforma per mettere in contatto viaggiatori con milanesi disposti ad offrire la loro abitazione o la loro competenza e SharinGuide Milano, una guida turistica che raccoglie tutti i luoghi fisici e digitali della Milano che condivide. Iniziative diverse che hanno come comune denominatore quello di valorizzare il territorio, i beni e le competenze dei cittadini, mostrando, così, il volto di una Milano più accogliente e innovativa e al contempo, in alcuni casi, offrendo la possibilità ai cittadini di veder ricompensati i propri sforzi.

L’Esposizione Universale, dunque, è stata fin qui un volano per la crescita della sharing economy a Milano.

Adesso, però, inizia il difficile. Quanto realizzato fino ad ora acquista senso e valore solo se Expo viene vissuta come punto di partenza e non di arrivo. Se durante i prossimi mesi l’amministrazione saprà mettere al lavoro tutti quegli operatori che si sono detti disponibili a collaborare con il Comune per diffondere la cultura e le pratiche promosse dalla sharing economy e se le startup sapranno sfruttare questo periodo speciale per costruire e far crescere la propria community.

Se tutti gli attori, insomma, sapranno portare i benefici promossi dalla sharing economy verso un pubblico più ampio. Per fare questo bisogna costruire una narrazione che al momento ancora non si intravede. Eppure è fondamentale per raccontare, valorizzare e diffondere quel che si sta facendo. Appuntamento fra un anno per valutare i risultati.

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