
12 Mar Ci eravamo tanto amati
Mi sono sempre sentita un po’ figlia di internet perché, professionalmente, sono nata e cresciuta insieme alla rete.
Ricordo ancora quando cercavo lavoro; mio padre, curioso, passava le serate a guardare schermate nere piene di testi che nella maggior parte dei casi altro non erano che la trasposizione di brochure aziendali che mal si adattavano ai siti internet. Ricordo ancora le sue parole che cercavano di dare un senso alla mia laurea in storia: “se i siti devo raccontare un’azienda, un prodotto o un servizio, ci vorrà certo qualcuno che ne scriva i contenuti”. Così ho iniziato la mia carriera professionale. Ho lasciato l’università dove avevo iniziato un percorso di ricerca che mi sembrava lento e incerto (chiari segni di irrequietezza fin da allora), e mi sono buttata nel mondo dei servizi digitali che, allora, si chiamavano ancora siti web e cd rom.
È stato un periodo esaltante. Io, che avrei voluto partecipare al ’68, che desideravo partecipare attivamente al mio tempo, avevo finalmente trovato il mio campo di battaglia: la rivoluzione digitale. E lo è stata, senza dubbio. Ho visto il web crescere e con esso l’illusione di una società più giusta. L’accesso libero a una quantità sconfinata di contenuti faceva sperare in un mondo in cui tutti avessero gli strumenti per far sentire la propria voce, informarsi, rispondere a nuovi bisogni. Si diceva che i mercati fossero conversazioni e che questo avrebbe portato a un mondo più equo e più democratico.
I social hanno poi alimentato ulteriormente questa speranza. Il cosiddetto web 2.0 promuoveva l’attivismo e la partecipazione. Nascevano blog ogni giorno, e ascoltavamo voci che arrivavano da paesi lontani, sconosciuti e che grazie ai social erano improvvisamente vicini. Avevo un blog allora che si chiamava blogger senza frontiere dove traducevo i post che arrivavano da paesi in guerra o non democratici come la Bielorussia, l’Iran, la Siria, l’Iraq e così via. Entravo nelle loro case, nelle loro paure, nelle loro giornate.
Con lo smartphone, poi, la parola d’ordine è diventata “connessione”: sembrava che finalmente non avessimo più paura degli sconosciuti, perchè eravamo tutti uniti da una stessa rete. Ci si poteva incontrare, organizzare, protestare, dal web si entrava direttamente nella vita reale, e così è stato per il movimento Occupy wall street e per le primavere arabe.
Ma una nuova primavera sembrava arrivata anche nei paesi occidentali. Così ho salutato la sharing economy, tutti quei servizi che avevano nel loro modello di business o semplicemente – in alcuni casi – promuovevano la condivisione delle risorse, la relazione fra sconosciuti e la salvaguardia dell’ambiente. Sembrava che, dopo il crollo del 2008, avessimo trovato la chiave per vedere, veramente, nella crisi l’opportunità di creare un mondo migliore.
Forse sono stata un’illusa, ma eravamo in tanti.
Sono stati anni bellissimi, e purtroppo, come spesso accade, te ne accorgi ancora di più, quando ne senti la nostalgia. Oggi, infatti, faccio fatica a vedere in questa nuova rivoluzione digitale fatta dall’AI e dalla nuova veste dei social media un cambiamento positivo.
Credevamo che il digitale avrebbe creato un mondo più democratico, più informato, più attivo ma, ammettiamolo, non è andata così. Oggi le diseguaglianze aumentano invece che diminuire e se certamente non è soltanto a causa del digitale, certo questo non ha aiutato. La massimizzazione del profitto ha prevalso sulla narrazione democratica: le tante iniziative che puntavano a ridistribuire ricchezza e a favorire la socializzazione o sono state fatte morire oppure sono state ricoperte d’oro e così ricatattate. La crescita delle grandi piattaforme ha concentrato potere e ricchezza nelle mani di pochi, creando lavori precari e sottopagati.
I social, che erano stati il luogo della conversazione, sono diventati il luogo della disinformazione: non solo perchè si trovano notizie non verificate, ma anche perchè c’è una strategia precisa di metterla in caciara. Non potendo limitare la libertà di stampa perchè l’informazione è ovunque, creano un continuo e incessante flusso di parole, notizie che ci confondono, che ci indignano, che ci distraggono, e così mentre noi siamo storditi da tanto caos e bruttezza, l’asticella di ciò che è lecito e ciò che non lo è, si abbassa e ci abituiamo a tutto. Non è un caso che alcuni giornali abbiano lasciato i social e stiano ricercando nuovi luoghi e nuovi modi per mantenere la propria credibilità e creare, forse, anche nuove modalità di informazione.
E l’attivismo, la partecipazione che il web 2.0 ci aveva promesso? Eravamo diventati prosumer e siamo tornati utenti, spettatori forse ancora più passivi di un tempo. Sì perchè nel ‘900 almeno leggevamo i giornali, avevamo dei punti di riferimento che ritenevamo credibili; le sedi di partiti dove incontrarci e discutere; le istituzioni in cui credere. Oggi non abbiamo più niente, e anche i contenuti scorrono davanti a noi senza lasciare traccia, conquistando la nostra attenzione e rimuovendo anche il nostro attivismo.
E arriviamo alla terza promessa disillusa: la collaborazione. Se i social ci avevano dato l’illusione di essere sempre più connessi e di avere dei luoghi di aggregazione (si pensi a come era facile formare un gruppo Facebook e unirsi a migliaia di persone che avevano la stessa passione, lo stesso problema, lo stesso desiderio), di fidarci degli sconosciuti, e di condividere nuove prossimità anche con chi stava molto lontano da noi, oggi, invece, ci spinge sempre più verso un’assoluta solitudine. Non solo perché quegli strumenti che utilizzavamo per costruire comunità non ci sono più, o sono molto meno rintracciabili, ma anche perché l’intelligenza artificiale ci spinge, sempre di più, a dialogare con lei e non con gli altri. Quelle voci sintetiche, sempre cordiali, sempre pronte a darci una risposta, sempre così maledettamente d’accordo con noi, ci portano sempre di più verso una solitudine perversa.
Quindi cosa ci resta da fare? Me lo sto chiedendo da un po’ e so di non essere l’unica. I tempi non ci chiedono certo di mollare ma, anzi, di perseverare e di sforzarci di trovare nuovi luoghi e nuovi modi per informarci, stare insieme, essere attivi.
Come? Scrivo quello che mi continuo a ripetere:
- sul piano dell’informazione non seguire i social, ma tornare ai vecchi giornali e in modo particolare seguire quelle testate (online e cartacee) che mettono in fila i fatti (per esempio: qui, qui, qui). Quelli che hanno sviluppato modelli di business che non dipendono dai nostri click e che tornano a un giornalismo pluralista, verificato, gentile.
- sul piano della partecipazione. Questo è tutto da costruire. Troviamo nuovi luoghi dove parlare e dialogare con più persone possibili per commentare, guardare e osservare quello che sta succedendo. Ci sono luoghi digitali dove ancora è possibile farlo (magari piccoli gruppi, magari nuove piattaforme), e luoghi fisici. Organizziamo incontri per commentare i fatti, sentire gli esperti (non necessariamente persone famose, è pieno tra noi pari di esperti in certi temi), rimaniamo prosumer, vigili, ma non soli. Riempiamo le piazze e camminiamo vicino a chi non la pensa come noi su tutto ma che ha a cuore i valori della democrazia, del rispetto degli altri e, ancora, della gentilezza.
- collaborazione. Ricordate il covid? Ricordate che nella paura avevamo saputo trovare la bellezza, l’unione, la generosità, l’andrà tutto bene, pur nella difficoltà. Siamo in difficoltà, davanti a un mondo che sta cambiando velocissimamente. Siamo persi, impauriti, indecisi, increduli. Ammettiamolo. Che questo cambiamento non ci isoli, non ci divida ma che ci unisca. Riattiviamo le social street, incredibili esperienze di collaborazione libera e sana, creiamo nuovi luoghi, nuovi servizi, prendiamoci cura degli altri. Ma rimaniamo insieme, rimaniamo gentili, rimaniamo umani.
