Verso lo sharing inclusivo, efficiente e regolamentato – oltre che globale

Verso lo sharing inclusivo, efficiente e regolamentato – oltre che globale

Il governo britannico ha avviato uno studio indipendente su policy e normative che interessano variamente la sharing economy, onde favorirne l’adeguato sviluppo sul territorio nazionale. Obiettivo è quello di creare un clima adatto a far raggiungere le potenzialità del settore, fino a competere con le start-up della Silicon Valley. Annuncio certamente importante, dove sembra che le autorità puntano addirittura a imporre il Regno Unito come “centro globale della sharing economy”.

Motivo per cui a coordinare l’indagine è stata chiamata Debbie Wosskow, CEO di Love Home Swap — il “più grande club di scambio casa al mondo”. E pur se ciò  pone qualche dubbio sullo studio “indipendente”, il punto è che anche in Europa ci si muove concretamente verso soluzioni normative capaci di abbracciare l’innovazione e portare benefici diffusi, dopo i primi interventi in tal senso negli USA.

Le raccomandazioni della ricerca, una volta conclusa, verteranno in particolare su: definire il concetto di sharing economy; esplorarne i vantaggi in UK e i rischi che pone alle industrie tradizionali; delineare le questioni base che le start-up devono affrontare rispetto alle regolamentazioni e all’elemento cruciale della fiducia; suggerire come implementarne al meglio le potenzialità. Resta ancora fuori, almeno in questa fase, la salvaguardia dei diritti dei lavoratori del nuovo comparto, per esempio, ma c’è da scommettere che questi e altri temi caldi verranno affrontati man mano.

Si tratta cioè pur sempre di privilegiare il fattore umano, perché quando «sindaci e architetti urbani si concentrano sulla tecnologia anziché sulla gente, ‘smart’ diventa rapidamente stupido, minacciando di esacerbare le disuguaglianze e minare la cooperazione sociale essenziale per avere città di successo»: è quanto propone un’ottima riflessione su Zocalo Public Square, ripresa anche dal settimanale Time, che (giustamente) lega la pratica delle ‘Smart Cities’ con quella delle ‘Sharing Cities’.

È innegabile che oggi lo spazio urbano richiede, e anzi facilita, lo condivisione di risorse, infrastrutture e servizi; così le tecnologie digitali e le dinamiche in rete vanno impiegate al meglio per favorire lo sharing in aree cittadine sempre più affollate, dall’India (dove Dholera è una delle 24 smart cities in costruzione per far fronte alla rapida crescita popolazione locale, non senza problemi) a Londra (il cui distretto industriale rischia di subire la “gentrificazione commerciale” ai danni artisti, designer e residenti di basso reddito).

Analogamente, i protagonisti della sharing economy (da Taskrabbit a Uber a Airbnb) devono evitare la trappola di puntare sulla solita élite e di sottovalutare i necessari compromessi normativi, per creare invece sempre maggiori «opportunità per incrementare la fiducia e ricostruire il capitale sociale». Perché l’obiettivo finale rimane quello di condividere l’intera città del futuro: «‘smart cities’ significa usare le ‘tecnologie smart’ per affermare collaborazione e solidarietà, anziché lo ‘stupido’ approccio basato su competizione, chiusura e divisione».

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