Un buon giorno per il crowdfunding e per i servizi collaborativi italiani

Un buon giorno per il crowdfunding e per i servizi collaborativi italiani

E’ stato un buongiorno venerdì scorso, 12 aprile, per il crowdfunding italiano e per tutti i servizi collaborativi. A Torino si è fatto il punto sullo stato dei finanziamenti collettivi italiani in un convegno in cui, tra le altre cose, è stata presentata la regolamentazione della Consob sull’equity, uno dei quattro modelli di crowdfunding (gli altri sono il reward, il donation e il social lending), che prevede la raccolta di capitali attraverso un azionariato diffuso.

Una prima proposta che si rivolge solamente a quelle start up che il decreto crescita 2.0, voluto dal Ministro Corrado Passera, ha definito  innovative, cioè tutte quelle nuove imprese che si focalizzano su un alto contenuto innovativo -in termini di spesa di ricerca e sviluppo, di qualità della forza lavoro impiegata, di produzione di proprietà intellettuale e brevetti-, a cui è consentito raccogliere fino a 5 milioni di euro. L’obiettivo della normativa è quello di facilitare la raccolta dei capitali per le start up semplificando tutta una serie di oneri e ampliando il bacino dei potenziali finanziatori, cercando, nello stesso tempo, di tutelare gli investitori finali. Non solo le banche quindi potranno concedere prestiti alle start up, ma anche un azionariato diffuso di aziende e privati che attraverso dei “gestori” (portali online) potranno partecipare al finanziamento. I gestori, nuovi potenziali intermediari, dovranno iscriversi a un registro “per soggetti non autorizzati”, e saranno obbligati a fornire agli investitori non professionali una serie di informazioni prestabilite che serviranno anche ad essere tutelati nel caso in cui l’investimento vada male. Una normativa all’avanguardia,prima in Europa, che, tuttavia si spera possa essere un punto di partenza e non di arrivo. “Limitando il campo alle start up innovative, che oggi sono poco più di 500,” commenta Ivana Pais, ricercatrice di sociologia economica all’Università Cattolica di Milano, “c’è il rischio che questa normativa abbia un raggio di azione piuttosto limitato. Diverso è il caso se si considera questa una sperimentazione e fra uno o due anni si valutino i risultati per allargare gli ambiti della sua applicazione”.

L’annuncio della nuova normativa, che rimarrà in consultazione fino al 30 aprile, non è, però, stata l’unica buona notizia della giornata. La seconda arriva dallo stato di salute del crowdfunding italiano presentato da Ivana Pais e da Daniela Castrataro, che individuano un mercato in crescita seppur non privo di ostacoli. Aumentano, infatti, le piattaforme italiane (sono oggi 21, cinque in più del novembre scorso), e i progetti che sono più di 30.000, considerando complessivamente tutti i servizi (di cui, tuttavia, ben il 75% ricevute da piattaforme di social lending, il modello da più tempo attivo e probabilmente più conosciuto), per un valore complessivo di 13 milioni di euro. Le piattaforme italiane coprono tutti i modelli di crowdfunding (il 52,2% è reward base, il 30,4 donation, , l’8,7 social lending e un altro 8,7 equity) e il loro mercato di riferimento, tranne che per due start up, è l’Italia. Capita, di contro, che gli italiani in cerca di finanziamenti collettivi si rivolgano a servizi stranieri (su Indiegogo si contano 154 progetti italiani, mentre la ricerca della parola Italy su Kickstarter restituisce 105 progetti di cui 7 attivi e 54 finanziati), a riprova che le piattaforme italiane fanno spesso fatica ad affermarsi. La strada, infatti, non è priva di ostacoli. C’è ancora poca conoscenza dei principi base del crowdfunding ed è difficile per tutte le piattaforme riuscire a trovare progetti di qualità. “Riceviamo spesso progetti presentati male, incompleti, poco strutturati”, lamenta dal palco Claudio Bedino fondatore e CEO di Starteed, che spera, tuttavia, sia anche una questione di tempo. “Negli Stati Uniti il crowdfunding è partito nel 2008 e solo da qualche tempo le piattaforme ricevono progetti accurati. In Italia, invece, si è iniziato a parlare di crowdfunding solo dal 2011”. Succede, così, che a volte chi sottopone un progetto non conosce neanche le regole della rete e non la frequenta nemmeno. “Non si può fare una campagna di crowdfunding senza avere un profilo sui social network”, spiega ancora Bedino, “perché è nella propria rete personale che si inizia a raccogliere sostegno e fiducia che serve poi a mettere in moto il contributo degli altri”. Frequentare la rete serve anche per far crescere la propria credibilità e reputazione come spiega Mariano Carozzi di Prestiamoci. “Noi non concediamo credito affidandoci alla busta paga di un impiegato, ma ci basiamo su quello che una persona presenta e che sappiamo di lei. La rete è una fonte formidabile di informazioni e permette di fare delle verifiche, se una persona non la frequenta non siamo in grado di valutare la sua reputazione”. Non basta dunque pubblicare un progetto su una piattaforma di crowdfunding per riuscire a ottenere un finanziamento ma bisogna lavorarci a fondo prima durante e dopo. Innovazione, cultura, networking diventano quindi le parole magiche per far crescere il crowdfunding in Italia, ed è per promuovere queste che è nata l’ltalian Crowdfunding network (ICT), che proprio l’evento di venerdì scorso ha tenuto a battesimo (terza buona notizia della giornata). Un’associazione, a cui hanno già aderito quasi tutte le piattaforme, con cui si vuole regolamentare e incoraggiare la divulgazione del crowdfunding. “Il nostro obiettivo”, spiega sempre Bedino, uno dei promotori dell’iniziativa “è di unirci per promuovere una corretta conoscenza del crowdfunding, di favorire una crescita professionale delle piattaforme, di supportare lo sviluppo di una normativa sempre più dettagliata che possa aiutare le piattaforme ma anche tutelare le persone che intendono investire”. Venerdì quindi è stato quindi solo l’inizio di un percorso ben più ampio. Per la prima volta si è trascorsa una giornata in cui piattaforme, professori universitari, giuristi hanno discusso e raccontato il crowdfunding, le opportunità ma anche gli attuali limiti, proponendo case history esemplari e dispensando consigli a chi vuole proporre una nuova campagna. I partner (La stampa, l’Università degli Studi, l’Itis), hanno avuto una presenza discreta, limitandosi a coordinare, puntualizzare, sintetizzare e ascoltare (come un buono sponsor dovrebbe fare e invece solitamente non fa), permettendo al crowdfunding italiano e ai servizi collaborativi di essere accolti e proposti ad un pubblico più ampio. Si è fatta formazione, divulgazione, cultura, come raramente accade in un convegno. E, infatti, nonostante l’intensità della giornata le sale sono rimaste gremite tutto il giorno. Quarta buona notizia della giornata. 

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