Quando anche la scienza diventa collaborativa

Quando anche la scienza diventa collaborativa

In questi giorni a Berlino si tiene la prima conferenza internazionale dell’European Citizen Science Association (ECSA). Scienziati,policy makers, educatori, facilitatori parleranno di come anche la scienza può essere una palestra di collaborazione. Il tema è la Citizen Science, un fenomeno che coinvolge ogni anno migliaia di cittadini che, in maniera volontaria, si danno da fare per raccogliere preziosi dati sull’ambiente, come l’avvistamento di un animale o il momento di fioritura di una pianta, piuttosto che dedicano tempo a classificare immagini astronomiche o mettono a disposizione la potenza dei loro computer per simulazioni scientifiche complesse.

Uno dei primi esempi di coinvolgimento organizzato dei cittadini nella raccolta di dati scientifici è il Christmas Bird Count, un censimento di uccelli che avviene ogni anno il giorno di Natale negli Stati Uniti e in Canada. Iniziato nel 1900 con 27 appassionati birdwatcher, vede oggi il coinvolgimento di oltre 70 mila volontari che complessivamente riescono ad avvistare oltre 700 specie diverse.

Ma a parte qualche eccezione, la maggior parte dei progetti di Citizen Science sono nati nell’ultimo decennio e l’interesse nei suoi riguardi è cresciuto enormemente di recente, grazie anche alla diffusione di tecnologie, in particolare tablet e smartphone, che ne hanno ampliato enormemente le possibilità.

Il vantaggio, dal punto di vista della scienza, è quello di poter disporre di una grande quantità di dati, spazialmente e temporalmente diffusi, altrimenti impossibile da raccogliere. I progetti oggi spaziano dall’astrofisica alla biologia, dalle neuroscienze alla medicina, con una naturale propensione per progetti legati alle tematiche ambientali, quali la biodiversità e i cambiamenti climatici. Sono diversi i portali che ne cercano di farne un inventario anche se nessuno appare davvero completo a livello mondiale. Scistarter, un punto di riferimento per la Citizen Science americana, conta oltre 1100 progetti ma di questi sono pochissimi quelli europei.

In Italia è appena terminato Evolution Megalab , volto al rilevamento dei cambiamenti climatici tramite la raccolta di dati su una specie di chiocciola, mentre – tra gli altri – sono attivi CSMON-LIFE , primo progetto italiano sulla biodiversità finanziato dalla Commissione Europea, ed Ecopotential, guidato da una cordata di Università e Centri di ricerca europei. Ci sono poi i bioblitz, 24 ore non stop in cui scienziati e volontari, fianco a fianco, identificano e catalogano animali, piante, funghi di una certa zona. L’ultimo è stato in Maremma all’inizio di maggio e ha visto la partecipazione di oltre 300 volontari che hanno registrato più di 600 specie.

A livello europeo l’interesse per la Citizen Science è alto e il titolo della Conferenza che si tiene a Berlino in questi giorni – “Citizen Science – Innovation in Open Science, Society and Policy” – fa capire come l’importanza della “scienza dei cittadini” non riguarda uno sparuto gruppo di appassionati ornitologi o astronomi dilettanti ma coinvolge aspetti di innovazione, non solo scientifica, ma anche sociale e politica.

Sfogliando il “White Paper on Citizen Science” prodotto da Socientize, un progetto ad hoc finanziato dalla Comunità Europea, ci si rende conto che quando si parla di Citizen Science i termini intelligenza collettiva, condivisione di risorse, co-produzione di conoscenza, esperimenti partecipatori ricorrono. Così come co-creazione, inclusione, responsabilità, sostenibilità.

La Citizen Science non è neanche un’attività esclusivamente per gli abitanti dei paesi sviluppati ma, come mette in evidenza il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) nel suo Year Book 2014, può divenire un potente strumento per coinvolgere le popolazioni native nella gestione del proprio territorio e delle proprie risorse naturali, dando loro una maggior voce in capitolo. Pionere in questo senso è ExCiteS, progetto della University College London che in Congo ha coinvolto un pubblico non alfabetizzato nella salvaguardia della biodiversità locale.

Ovviamente la “Citizen science” non è tutta rose e fiori ma presenta alcune criticità. Prima fra tutte l’affidabilità dei dati. Può, ci si chiede, la scienza fidarsi di rilevazioni effettuate da non esperti? Può trarne risultati validi e consistenti?

La prima risposta a questo problema è cercare di rendere i dati maggiormente affidabili, minimizzando la possibilità di errore. Ciò è possibile dando le giuste informazioni ai rilevatori, che peraltro possono essere anche piuttosto esperti, ponendo richieste precise e ragionevolmente fattibili, rendendo le interfacce di registrazione dei dati semplici e facili da usare, ad esempio utilizzando fotografie con cui confrontare le proprie osservazioni al fine di catalogarle.

Un passo in più è l’introduzione di protocolli, possibilmente automatici, che segnalano quando i volontari inseriscono dati anomali che, quindi, necessitano di essere controllati dagli scienziati ed, eventualmente, esclusi. Nella maggior parte delle volte si tratta di errori di rilevazione, qualche volta invece di nuove scoperte! E’ il caso del “oggetto di Hanny”, un fenomeno astronomico scoperto da un insegnante olandese, Hanny per l’appunto, e oggi oggetto di interessanti ricerche.

Un ulteriore criticità della Citizen Science è il reclutamento dei volontari – e a questo fine sono nate piattaforme collaborative come Zooniverse – e, soprattutto, la continuità del loro contributo, dato che la scienza quasi sempre necessita di dati raccolti con una certa costanza e per lunghi periodi. In questo senso risulta fondamentale far affezionare i volontari al progetto, facendo sentire chiaramente la loro importanza e coinvolgendoli anche nei risultati che vengono prodotti e nelle decisioni che possono venire prese. E’ fondamentale per i volontari sentire che hanno un ritorno dal loro impegno: per alcuni può essere una gratificazione personale per contribuire al progredire della scienza o alla salvaguardia dell’ambiente, per altri l’apprendimento di dati o conoscenze che riguardano i propri interessi, altri ancora si aspettano un ritorno più tangibile che, se non trovano, diventa causa di abbandono del progetto.

Per garantire continuità una risposta può essere quella di coinvolgere maggiormente le scuole, come messo in evidenza nel “White paper”. Questo ha anche il vantaggio di rispondere all’esigenza europea di avvicinare maggiormente gli studenti alle materie scientifiche STEM – Science Technology Engineer Math, proponendo un approccio più dinamico, attivo e, quindi, coinvolgente a queste discipline.

Un ultimo problema riguarda la proprietà dei dati raccolti. I volontari, infatti, sono co-produttori e co-proprietari dei dati ma, di fatto, nella maggior parte dei casi sono gli scienziati che li detengono e li utilizzano per pubblicazioni scientifiche a loro nome.

Nonostante le criticità, l’interesse per la Citizen Science è notevole. Le sue potenzialità sono enormi non solo a livello scientifico, educativo, sociale ma anche, per esempio, per affrontare emergenze sanitarie o in caso di calamità naturali. La collaborazione tra cittadini e scienziati può portare davvero a nuove forme della costruzione del sapere e a un miglior rapporto tra scienza-società-politica, veicolando anche una maggior partecipazione dei cittadini nei processi decisionali.

Autrici:

Giovanna Ranci Ortigosa – Ingegnere ambientale con PhD in Ecologia, dopo qualche anno di ricerca in università ha seguito la passione per la comunicazione scientifica, la divulgazione ambientale e l’educazione alla sostenibilità. Ha realizzato progetti per enti pubblici, aziende, onlus, anche con partnership europee. Dal 2001 è docente a contratto di Ecologia al Politecnico di Milano, nelle sedi di Como, Lecco e Cremona. @giovanna_ranci linkedin.com/in/giovannaranciortigosa

Sarah Dominique Orlandi – Educational manager. Si occupa di innovazione metodologica delle proposte didattiche e di pianificazione di strumenti di comunicazione. Ha realizzato progetti per la Biennale di Venezia, il Museo del Novecento, il Museo MAXXI di Roma, la Pinacoteca di Brera. E’ consulente per società culturali e agenzie di comunicazione. Affianca al lavoro progettuale un’intensa attività didattica e di ricerca. @CreandoProgetti – linkedin.com/in/sarahorlandi –sarahorlandi.itcreandoeducational.it

 

 

 

 

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