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Perchè Airbnb vale 10 miliardi di dollari - Collaboriamo!
 

Perchè Airbnb vale 10 miliardi di dollari

Perchè Airbnb vale 10 miliardi di dollari

 

Dieci miliardi di dollari. E’ quanto potrebbe essere valutato Airbnb, il servizio che mette direttamente in contatto viaggiatori e privati che desiderano affittare un appartamento, o una stanza per brevi periodi. Secondo il Wall Street Journal, la piattaforma starebbe chiudendo un round di finanziamenti che potrebbe arrivare a un totale di 400-500 milioni di dollari, facendo schizzare il suo valore verso i 10 miliardi di dollari. Una valutazione con la quale Airbnb supererebbe molti degli storici gruppi del settore alberghiero: Wyndham Worldwide ha un valore di mercato di 9,4 miliardi di dollari, Hyatt Hotels viene valutata 8,4 miliardi di dollari. 

Airbnb non ha commentato la notizia ma sembra però cosa abbastanza certa. Questo nuovo giro di finanziamenti andrebbe a aggiungersi ai diversi round ricevuti in passato (600mila dollari nel 2009, 112milioni nel 2011, 200 milioni nel 2012), che avevano già portato a valutare la società intorno ai 2 miliardi e mezzo di dollari. Ora il grande salto la farebbe entrare a pieno titolo nell’Olimpo delle più importanti start up della Silicon Valley. 

Con i suoi 340.ooo alloggi sparsi in 197 città del mondo, Airbnb oggi non è solo una delle aziende (perché ormai non si può più parlare di start up) più interessanti del momento ma anche quella che, più di ogni altra, ha tracciato la strada alla sharing economy. Volendo fare un paragone si potrebbe dire che Airbnb sta alla sharing economy come Facebook sta (o stava) ai social network. Sulla scia di Airbnb, infatti, sono nati servizi per la condivisione del tempo, delle competenze, macchine, i parcheggi, l’orto, il cibo, e così via. Così come i social network esistevano prima di Facebook, anche i servizi di sharing esistevano prima di Airbnb (si pensi a Couchsurfing, Zopa, Freecycle, Swap) ma è stato il suo successo che, incontrando il favore dei tempi e sapendoli interpretare, ha reso evidente la nascita di un nuovo modello di servizio. Come c’è riuscito?

Ascolto. “Non mollare mai” rispondeva tempo fa Andrea La Mesa, Managing Director di Airbnb in Italia, alla mia domanda sul segreto del successo di Airbnb, “anche quando il servizio non sembrava decollare”. Oggi le case dei privati sono diventate un’offerta complementare a quella del mercato turistico tradizionale, ma nel 2007 quando il sito era appena stato lanciato, sembrava assolutamente impensabile che la gente nel giro di qualche anno si sarebbe messa ad ospitare a casa propria sconosciuti provenienti da ogni parte del mondo. Il servizio ha fatto fatica a decollare. “L’abbiamo lanciato e rilanciato ma sembrava non servisse a niente”, racconta il fondatore di Airbnb Brian Chesky in un video pubblicato tempo fa sul sito. “Abbiamo passato intere serate a parlare con le persone, a organizzare incontri fra i membri, a convincere amici, e amici degli amici”. Un ascolto continuo che è servito a testare e a migliorare. 

Design (attenzione al bello e al funzionale). La svolta è arrivata nel 2011, quattro anni dopo il lancio, quando i due fondatori, Brian Chesky e Joe Gebbia, decisero di offrire ai proprietari di casa (gli host) di San Francisco il servizio fotografico gratuito. Si osservò che le abitazioni fotografate venivano prenotate in media due o tre volte più delle altre e il servizio si estese rapidamente anche in altre città. Nel giro di un anno servizi fotografici passarono da qualche centinaia ai 5.000 di gennaio 2012, un numero pari alla collezione di quadri del British Museum, e le prenotazioni balzarono di conseguenza da 1 a 5 milioni. A marzo del 2012 Airbnb aprì così sei uffici nel mondo (compreso quello italiano) con un’offerta che contava più di 100.000 abitazioni sparse per 19.000 città e 192 Paesi, con una crescita globale del 500%.

Community. Community è il nome di un dipartimento dell’azienda. Si occupa di mantenere il contatto gli “host”, di organizzare eventi e incontri per loro, di premiare i più bravi, di offrire suggerimenti e informazioni. Ben sapendo che il suo asset sono le persone perché i beni appartengono a loro, l’azienda attraverso il continuo contatto con la community riesce a monitorare le esigenze delle persone, a capirne bisogni e umori, a coccolarle e soprattutto a offrire consigli per migliorare l’ospitalità e portarla ad un livello sempre più alto. Non a caso si dice che Brian Chesky non abbia un’abitazione fissa a San Francisco e che giri di casa in casa scegliendo fra quelle presenti sulla piattaforma. Lo fa, dice, per non perdere il contatto con la sua community e per esserne lui stesso parte attiva.

Storytelling. Pubblicità no grazie. Non serve perché il servizio si comunica da solo. “Il successo di Airbnb sta nel suo valore”, dichiara Matteo Stifanelli country manager per l’Italia, “il passa parola e le storie delle persone sono le nostre principali leve pubblicitarie.” Così sul sito e sul blog ci sono storie di persone che spiegano perché affittano casa e perché viaggiare con Airbnb. “Affitto per avere più tempo da dedicare al mio bambino”; “per conoscere nuove persone”; “per viaggiare dove non potrei permettermi”; “per pagare il mutuo di una casa più grande”; “per conoscere nuove persone”; “per avere un contatto con chi vive nel luogo che visito”; e così via. Un servizio che offre nuove esperienze di viaggio e di incontro: nessun prodotto, nessun prezzo, nessuna promozione.

Finanziamenti. Tutto questo non sarebbe accaduto senza i diversi round di finanziamenti ricevuti duranti gli anni (meditate venture capitalist italiani, meditate!). La determinazione e l’intuito aiutano a far nascere e crescere un servizio ma non a farlo diventare mainstream. Per questo ci vogliono anche i finanziamenti. Senza denaro Airbnb non avrebbe potuto sperimentare e implementare il servizio fotografico, né organizzare incontri continuativi con la community, né mettersi in ascolto con tale continuità.

Dieci miliardi di dollari vale tutto questo. Al di là della cifra, quello che si premia è la nascita di un nuovo modello di servizio, che si basa sull’abilitazione delle persone e non sull’erogazione di beni e servizi, su membri e non su clienti, su esperienze e non su promozioni, sull’accesso e non sulla proprietà. Un modello che propone nuovi stili di vita, e che, proprio come Google e Facebook, è destinato a lasciare un segno nella nostra epoca, molto di più del valore effimero di una valutazione.

 

 

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