Per decollare i servizi collaborativi devono esprimere valore e offrire un’esperienza senza uguali

Per decollare i servizi collaborativi devono esprimere valore e offrire un’esperienza senza uguali

Che i servizi collaborativi crescano in Italia e all’estero è ormai fuori di dubbio. Ma quando si parla di quanto le piattaforme stiano effettivamente raccogliendo allora si scopre che anche negli Stati Uniti, dove il mercato è molto più maturo, molti servizi non riescono a rientrare dai propri investimenti.

Persino il car sharing p2p, con piattaforme come RelayRides e Getaraud che hanno ricevuto fior fiore di finanziamenti e riscuotono interesse e curiosità, stenta a decollare. “Se parli a 10 persone di car sharing, almeno 7 diranno che è interessante”, afferma Craig Shapiro, fondatore di Collaborative Fund, un fondo di investimento per start up del mondo della condivisione “ma, poi, quando gli si chiede: perché non pubblichi la tua auto su RelayRides? La maggior parte delle persone rispondono: “e se qualcuno versa del caffè sui sedili?” Quali sono, dunque, le difficoltà a far diventare questi modelli realmente competitivi sul mercato? “Molte piattaforme di collaborative”, afferma James Reinhart, CEO di  ThredUp, un servizio americano per rivendere abbigliamento usato (simile al nostro Sharoola che aprirà a breve), non apportano un vero valore al mercato, ma rincorrono semplicemente una moda”.

Il punto è proprio questo: riuscire a fornire un valore reale e un’esperienza senza uguali, che superi anche quella che si riceve normalmente in negozio. Perché il punto fisico ha il vantaggio della territorialità: magari ci si incappa tornando a casa o andando in ufficio, mentre sul web se un servizio non offre valore non ci si torna più. Qualche piattaforma, pertanto, sta già sperimentando l’offerta di servizi che integrano il modello della condivisione: DogVacay, per esempio, un servizio che mette in contatto proprietari di cani con chi offre dog sitting, ha sviluppato un’applicazione che permette al proprietario di ricevere fotografie che lo aggiornano sullo stato di salute del proprio cane, e sta considerando l’opportunità di fornire ai propri ospiti collari GPS in modo che il cucciolo possa sempre essere tenuto sotto controllo. “Penso al nostro servizio”, afferma il fondatore di DogVacay Aaron Hirschhorn, “non più come a un marketplace peer-to-peer. Lo considero un servizio in cui forniamo la massima qualità possibile.”

Altri progetti che vanno in questa direzione sono, per esempio, ThreadUp, che pur ricevendo quasi 8000 capi al giorno, interviene nel controllo e nella selezione di tutti i capi che riceve; Poshmark lanciato nel 2011 con più di un milione di dollari di inventario al giorno, che permette ai suoi utenti di pubblicare e condividere non solo i propri abiti ma anche il proprio stile; Yerdle che mette in contatto persone che si conoscono attraverso un’applicazione Facebook per condividere e prestare beni, e che, in futuro, pensa di coinvolgere direttamente i negozi come punti di riferimento locali per gli scambi e per la vendita diretta di oggetti. 

Per saperne di più: Fastcompany, “When it comes sharing startups airbnb model doesn’t work everyone”,  

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