Occhi puntati sulla sharing economy

Occhi puntati sulla sharing economy

Oggi in rete si scambia o condivide di tutto; automobili, biciclette, alloggi, attrezzature di vario tipo, fino alle competenze, il denaro e il tempo. Le tecnologie digitali abilitano questo scambio sotto vari punti di vista: le mappe di geolocalizzazione di smartphone e tablet consentono di trovare il servizio più vicino; le connessioni personali sui social network e le recensioni alimentano la costruzione della fiducia; i sistemi di pagamento online permettono di gestire la fatturazione. La crisi fa il resto. La crescente necessità di “sbarcare il lunario”, una maggiore consapevolezza sulle tematiche ambientali  e, infine, un rinnovato desiderio di socialità sono i motivi che spingono milioni di persone, totalmente estranee fra loro, a preferire un’economia basata sull’accesso piuttosto che sulla proprietà, sul riuso piuttosto che sul nuovo, sulla fiducia invece che sulla diffidenza, sulla collaborazione invece che sulla competizione.

Finché il fenomeno era circoscritto, nessun problema; con la sua diffusione, tuttavia, hanno cominciato a emergere le prime difficoltà. Alcuni servizi collaborativi funzionano  in aperto contrasto con la normativa che regola le attività di un certo settore. Ad esempio, affittare casa per periodi di tempo limitati e senza la presenza dell’affittuario nell’appartamento non è consentito in molti Stati USA. O utilizzare la propria auto per offrire servizi di trasporto a pagamento, come se fosse un taxi, non è permesso senza regolare licenza e copertura assicurativa. In alcuni casi si è tentato di ovviare al problema, ad esempio, nel caso dei servizi di trasporto invece di fissare una tariffa oraria, si richiede una “donazione” volontaria che, se omessa, causerebbe al passeggero una serie di recensioni negative, impedendogli di fatto di trovare in futuro qualcuno disposto a offrirgli una corsa. Tuttavia, è chiaro come al momento molti di questi servizi rimangano confinati in una sorta di “area grigia”.

Quale futuro dunque per la sharing economy? E’ probabile che, scrive l’Economist, evolverà verso una  commistione con il modello esistente, come più volte accaduto in passato. “Quando nasce un nuovo mercato – afferma Tim O’Reilly di O’Reilly Media – spesso sembra contribuire a rendere più democratico il contesto di quanto poi lo sia effettivamente nel lungo periodo.” Qualcosa in tal senso sembra già accadere. Le grandi aziende, in particolare automobilistiche, comincino a guardare al modello collaborativo con un certo interesse, investendo il proprio denaro nell’ottica dello scambio di opportunità. General Motors, ad esempio, ha investito nel servizio RelayRides 13 milioni di dollari, fornendogli contemporaneamente accesso al suo servizio di navigazione satellitare installato su 6 milioni di auto americane. In questo modo, le auto dotate di questo apparecchio possono essere aperte e chiuse utilizzando un’App, eliminando il passaggio di chiavi tra chi affitta e chi prende in affitto. Ma è probabile anche una certa commistione all’interno dei servizi stessi. Come l’offerta di ebay oggi è in mano in gran parte a piccoli commercianti, così si stanno vedendo già i bed & breakfast e i piccoli alberghi fra le offerte presenti su Airbnb. Forse perché, in fondo, si sa: è più facile cambiare il proprio modello di business che aspettare che la normativa si adegui.

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