La trasformazione del lavoro passa anche per i coworking, ma ce la stiamo facendo?

La trasformazione del lavoro passa anche per i coworking, ma ce la stiamo facendo?

di Giorgio Baracco

Come comporre l’individualismo del singolo professionista con una comunità composita? Come essere equi ed efficaci nella ridistribuzione del valore e delle opportunità generate? I coworking e i fablab solo incubatori per professionisti ancora non consolidati oppure costituiscono un’opportunità concreta e tangibile anche per un professionista maturo? Sono queste, insieme a molte altre, le domande che da mesi, se non anni, rimbalzano all’interno della community italiana e europea, interrogativi a cui troppo spesso non è stata data la giusta importanza o il giusto interesse.  Domande per le quali non esiste una risposta unica, predeterminata, ma che trovano una declinazione alla luce dei concreti contesti territoriali, sociali ed economici dove gli spazi collaborativi si costituiscono e prendono corpo.

A più di 10 anni dalla nascita del primo coworking, siamo a San Francisco nel 2005, e dal primo Fablab, MIT di Boston, l’hype sui questi temi è ancora altissimo sia in Occidente sia nei paesi in via di sviluppo (si è tenuta recentemente la prima conferenza indiana del coworking), eppure quanto di quel modello che abbiamo con tanta passione e ostinazione studiato, discusso e vissuto è parte della quotidianità del nostro paesaggio sociale e economico? Qual è stata la sua capacità di intercettare i bisogni emersi in particolare  dalla crisi del 2008?  La domanda è meno oziosa di quel che si pensi perché non rimanda solo ad una dimensione quantitativa del fenomeno (quanti coworking e quanti fablab ci sono al mondo?), ma allude alla sua capacità di diventare il paradigma dominante  della società post industriale e, forse, post laburista. Allude, in altri termini, alla capacità di coworking e fablab di diventare (davvero) le infrastrutture materiali e immateriali di un nuovo modo di intendere il lavoro nell’era dell’economia collaborativa. Un lavoro, per dirla con le parole  dello studioso finlandese Esko Kilpi ”Destinato a diventare una relazione. Lavoro, dunque, come interazione tra persone interconnesse”. 

In questa prospettiva il ragionamento su coworking e fablab si arricchisce di uno sfondo più problematico ma potenzialmente più fecondo che riguarda le modalità, i tempi e la profondità con cui il concetto di lavoro (vogliamo parlare della crescita dei freelance? Dell’impatto dell’automazione e dell’intelligenza artificiale sui processi produttivi?) si sta evolvendo e la sua capacità di rappresentare il core di quei processi di breve, medio e lungo periodo tramite i quali una società riproduce gli elementi della propria cultura.

Di questi e altri temi tratteremo a Sharitaly, il 15-16 novembre a Base Milano, insieme a studiosi, pratictioner e attivisti, portando altresì le riflessioni di Espresso Coworking, la nonConferenza Italia dei centri di coworking, che si svolgerà a Montepulciano dal 30 settembre al 1 ottobre. Un discorso che guarderà all’impatto di queste pratiche e di questi modelli per capire la loro capacità di plasmare la realtà che ci circonda e di soddisfare i relativi bisogni sociali. Un discorso che guarderà non al lavoro in sé,  ma come parte emergente di un processo di lungo periodo dove il combinato disposto delle trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche riconfigurano le nostre aspettative, i nostri desideri e, per finire, la nostra stessa  idea di mondo e di società. Dove andrà quest’ultima è difficile affermarlo con certezza. Di certo, ci piacerebbe che rispecchiasse quanto  dichiarato da Nathan Schneider,  uno dei più accreditati studiosi in tema di platform cooperativism,: “Connettere e costruire legami profondi e reali… La disruption in molti casi si risolve nella distruzione di legami e relazioni. Mi piacerebbe che andassimo nella direzione di rafforzare i nostri legami sociali e la nostra solidarietà”.  Hell, Yes!

Giorgio Baracco
Laureato in giurisprudenza ha rapidamente abbandonato gli studi giuridici per occuparsi di IT presso la più grande azienda informatica del mondo. E’ stato successivamente Managing editor presso una piccola casa editrice specializzata in produzioni di nicchia legate al mondo dell’entertainment. La sharing economy e l’economia sociale sono le sue ultime passioni: come CEO di Proteina, una start-up che sviluppa e offre servizi collaborativi a imprese, PA e organizzazioni no-profit,  promuove e organizza nel 2015 la Conferenza Europea del Coworking e la conferenza italiana all’interno della Collaborative Week di Milano. Scrive sugli Stati Generali.

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