La sharing economy che rinnova il sociale

La sharing economy che rinnova il sociale

Il terzo settore dovrebbe essere il motore della sharing economy e invece nasce al di fuori del suo contesto. Lo rileva una ricerca effettuata da Collaboriamo.org sulle piattaforme di sharing economy in Italia indicando che soltanto l’11% dei servizi collaborativi – quelli cioè che mettono in contatto persone per scambiare e condividere beni – sono registrati come associazioni o imprese sociali. Eppure i due mondi mostrano profondi punti di contatto fin dalle rispettive origini.
Le imprese sociali, così come i servizi collaborativi, nascono come reazione all’incapacità degli interlocutori tradizionali di rispondere ai bisogni del contesto in cui operano. Le prime si formano negli anni Ottanta a seguito di un’importante stagione di riforme sociali (abolizione dei manicomi, legge sul collocamento obbligatorio, riforma delle Regioni), approfittando dell’assenza delle istituzioni nell’offerta sociale; i secondi sono manifestazione di una crisi profonda, ma anche di un cittadino sempre più consapevole che, grazie alle tecnologie digitali, disintermedia se non riconosce valore nei servizi offerti. Sono entrambi movimenti dal basso ed espressione di innovazione sociale. La finalità sociale è intrinseca nella definizione stessa delle imprese del terzo settore, mentre i servizi collaborativi sebbene non la perseguano in maniera così esplicita, dichiarano, spesso, la volontà di offrire modelli alternativi a quelli tradizionali e di generare vantaggi per la società.
Questo si riflette anche nella composizione e struttura dei servizi. La principale risorsa per una piattaforma di sharing economy sono i membri così come per le imprese sociali i soci; i servizi collaborativi coinvolgono i cittadini nei loro processi, le cooperative li inseriscono nel modello di gestione. Le piattaforme di sharing introducono strumenti di fiducia per gestire le relazioni fra sconosciuti, il terzo settore prevede per questo le mutue. Nonostante tutti questi punti in comune i due mondi si parlano appena, eppure, un incontro fra servizi collaborativi e terzo settore porterebbe degli indubbi vantaggi a entrambi gli attori.
Stringendo degli accordi con le piattaforme collaborative, le imprese sociali potrebbero, per esempio, rinnovare i servizi esistenti. Tabbid, piattaforma che mette in contatto persone per eseguire piccoli lavoretti, ha promosso un accordo con una cooperativa per includere i detenuti all’interno della propria piattaforma; Timerepublik, banca del tempo digitale e Scambiacibo o Ifoodshare che promuovono lo scambio in eccedenza di cibo, permettono a servizi come il Banco Alimentare e le banche digitali di raggiungere un pubblico più ampio. Rete del Dono, piattaforma di crowdfunding per la raccolta di donazioni online a favore di progetti d’utilità sociale ideati e gestiti da organizzazioni non profit, permette, come gli altri servizi di questo tipo, di trovare nuove forme di sovvenzioni in un momento in cui le istituzioni non sono più in grado di erogare finanziamenti. SouthwarkCircle, piattaforma di incontro fra volontari e anziani o Bircle, servizio che mira a creare itinerari di viaggio accessibili attraverso guide costruite con la partecipazione dei cittadini, sono, invece, nuovi servizi sociali pensati già in ottica collaborativa.
Qualunque sia la formula di sperimentazione adottata, le imprese sociali, attraverso il modello di servizio proposto dalle piattaforme di sharing economy che abilita le persone a scambiare e a condividere, potrebbero recuperare il rapporto con i cittadini che nel tempo si è in parte perduto, trovare nuovi modelli di business, replicare su diversi territori il proprio servizio e rendere l’offerta personalizzata e facilmente raggiungibile. Dal canto loro i servizi di sharing economy potrebbero trovare nel terzo settore un pubblico culturalmente già predisposto a condividere, e, soprattutto, nel modello di gestione tipico del non profit, la cooperativa, una tipologia giuridica più inclusiva, in grado di garantire una più giusta distribuzione degli utili tra membri e piattaforme. In questo modo gli utenti potrebbero godere di maggiori garanzie e sicurezza, e soprattutto si eviterebbe che il mondo del capitale riconducesse la sharing economy verso i soliti modelli di accumulo a favore di pochi, perdendo così il suo valore sociale e la sua carica innovativa.

Articolo apparso su Il Sole 24 ore il 10 dicembre 2014

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