Il potenziale trasformativo della sharing economy

Il potenziale trasformativo della sharing economy

di Elena Como

In questi giorni mi è capitato di rivedere il video di un intervento del Professor Roberto Magabeira Unger alla Social Frontiers Conference, tenutasi a Londra nel 2013. In quell’occasione, Unger parlava di innovazione sociale e apriva il suo intervento con un’affermazione che suona più o meno così: “Propongo di parlare dell’innovazione sociale come un movimento trasformativo nel mondo e non semplicemente come un ambito di studio accademico.” Oggi io credo che si possa utilizzare un simile approccio anche per parlare di sharing economy.

“Ci sono due approcci di base per guardare all’innovazione sociale come movimento – spiegava il Professore -, e li chiamerò approccio minimalista e approccio massimalista”. Secondo lui l’approccio minimalista vede l’innovazione sociale come un fenomeno interessante ma confinato all’interno della società civile, e quindi senza ambizione di influenzare altri attori o di proporre un progetto più ampio di trasformazione socio-economica. Per quando attraente per la sua modestia ed apparente realismo, diceva sempre Unger , questo approccio non è il più giusto, perché rappresenta una visione limitata del fenomeno.

L’approccio massimalista, dall’altra parte, vede l’innovazione sociale come un movimento che, per quanto nato nella società civile, investe e riguarda anche gli altri settori, facendosi portatore di un progetto più ampio di trasformazione a livello sistemico. Secondo questa posizione, l’innovazione sociale sarebbe in grado di “sfidare” i modi tradizionali di agire e di dare risposta ai bisogni, attraverso la generazione di tante innovazioni su piccola scala che nascendo dal basso hanno il compito di mostrare le possibili “alternative” alle soluzioni e alle prassi esistenti.

Il bellissimo intervento di Unger, che consiglio a chi si interessa del tema, mi ritorna a volte in mente nelle riflessioni sulla sharing economy. È ormai evidente che non possiamo cristallizzare e delimitare la sharing economy come un “settore” (le imprese-piattaforma, come nuova tipologia accanto alle altre forme di impresa), ma dobbiamo guardarla come un modello, un paradigma, come dimostra il fatto che la troviamo ormai discussa o praticata in qualsiasi settore e a qualsiasi livello.

Questa trasversalità si vedrà anche a Sharitaly, quando il pomeriggio del 9 novembre correranno in parallelo le tre sessioni sulle esperienze maturate nelle imprese, nello stato e nel terzo settore.

La domanda chiave, se ci vogliamo ricollegare a quanto diceva il professor Unger, dovrebbe quindi essere non tanto o non solo dove si trova la sharing economy e chi la fa, ma piuttosto: qual è il potenziale trasformativo del modello sharing economy nel complesso? Quali sono le condizioni per le quali questa, che dopotutto è anche parte del movimento dell’innovazione sociale, può avere un impatto sociale positivo? Come possiamo sostenere la continua nascita di “un vasto numero di innovazioni su piccola scala” che mostreranno le alternative ai modelli esistenti e, senza doverli sostituire del tutto, ci permetteranno di cogliere a pieno i benefici sociali della tecnologia e della collaborazione in rete?

La velocità di diffusione della sharing economy, delle tecnologie che la abilitano, e l’appeal del suo messaggio fanno pensare che le sperimentazioni concrete non mancheranno.

Il punto cruciale diventerà quindi l’impatto. L’innovazione, si sa, non è sempre buona per definizione, così come non lo è la tecnologia. La tecnologia e i modelli di funzionamento alla base della sharing economy hanno grande potenziale positivo, ma hanno già permesso e certamente continueranno a permettere (accanto alle innovazioni virtuose) anche la nascita di sistemi predatori, in cui la tecnologia è usata per efficientare sistemi di sfruttamento, di disgregazione, di alienazione, invece che di coesione e sviluppo inclusivo.

Diventerà cruciale, accanto a un approccio valoriale e normativo, che i soggetti che hanno a cuore uno sviluppo sociale sostenibile si approprino di questo modello, ne esplorino le potenzialità, e lo traducano in maggiori opportunità sociali per tutti.

Per questo, a Sharitaly saranno raccolte e condivise tante esperienze di una moltitudine di attori, per mostrare la via virtuosa che la sharing economy può e dovrebbe imboccare. Se ne parlerà anche con il terzo settore, che porterà il suo punto di vista e le sue esperienze per una sharing economy dai fini sociali e dall’impatto trasformativo positivo.

Laboratorio di co-progettazione “Le CO-Città”: istruzioni per l’uso
Pubblico, privato, terzo settore: a Sharitaly ce n’è per tutti (ibridi compresi)