A che punto è lo sviluppo delle piattaforme collaborative in Italia

A che punto è lo sviluppo delle piattaforme collaborative in Italia

Consumo collaborativo, sharing economy o economia della condivisione sembrano diventate le parola del momento anche in Italia. Solo qualche mese fa pareva che quasi nessuno ne conoscesse il significato mentre oggi, invece, se ne parla sui giornali, in radio e in televisione. Moda? Sicuramente un po’,  ma come diceva Goethe: “Solo gli stolti parlano di moda ogniqualvolta lo spirito umano si sforza di progredire”, e per dimostrare che il grande scrittore aveva ragione, vorrei utilizzare le colonne di questo blog per dare il mio punto di vista sull’economia della condivisione e per monitorarne il suo andamento. A cominciare dai numeri. Oggi forse ancora poco significativi, ma proprio per questo può essere il momento giusto per scattare una fotografia, e per valutarne, poi, le sue evoluzioni.
La pubblicazione dei dati Audiweb/Nielsen sull’audience dell’online in Italia nel mese di marzo ha offerto l’occasione per osservare quanto le piattaforme collaborative digitali siano frequentate dagli italiani e da chi. Per servizi collaborativi digitali si intendono tutte quelle piattaforme che mettono in contatto persone con persone per condividere, scambiare o vendere direttamente beni. Fra queste sono stati selezionati alcuni servizi internazionali utilizzati anche in Italia (Airbnb e Blablacar che hanno una sede nel nostro paese e Etsy che non ce l’ha), alcuni “made in Italy” come Delcampe, Fubles, Gnammo, Reoose, Sailsquare, Sfinz, Starteed, e due precursori, ebay e Subito, diffusi e conosciuti da tempo. Rielaborando i dati Audiweb Nielsen su queste piattaforme si evince, in prima battuta, che i servizi collaborativi in Italia sono ancora poco frequentati a parte, naturalmente, ebay e Subito che su 29 milioni di italiani online nel mese di marzo, possono vantare, rispettivamente, il 31,4% e il 22,1% degli utenti online. In quello stesso periodo, invece, le nuove piattaforme appena sbarcate in Italia e con un modello di business nuovo rispetto a quello dei precursori, come per esempio Etsy, Blablacar, Airbnb, raggiungono una media di circa 300 mila utenti mensili, mentre le italiane più di successo si aggirano su circa 60.000. Numeri bassi ma assolutamente in linea con le aspettative se si pensa che, a parte, i precursori, Delcampe, e Etsy (di cui è difficile monitorarne l’andamento perché non ha una sede italiana), tutti gli altri servizi sono attivi da poco più, o poco meno, di un anno. Il fatto che crescono soprattutto i servizi internazionali che possono contare su una maggiore capacità di investimento ma anche su una struttura organizzativa più solida e strutturata, dimostra, ancora una volta, che i servizi collaborativi italiani per crescere hanno bisogno di aiuti economici necessari per investire nella progettazione e promozione del servizio ma anche nel tempo del team che ci lavora. Oggi invece molte start up italiane lavorano al loro progetto nel tempo libero, la sera e nei week end, in attesa di riuscire a rendere il proprio servizio redditizio, entrando, così, nella classica dinamica da gatto che si morde la coda.
A differenza di quel che segnalano le ricerche americane che indicano nei cosiddetti “Millennials” (i nati tra il 1980 e il 2000) i più predisposti a condividere, gli italiani che utilizzano i servizi collaborativi sono più maturi e più consapevoli arrivando a queste piattaforme, probabilmente e nella maggior parte dei casi, dopo aver già sperimentato percorsi di consumo alternativi a quelli tradizionali. Chi frequenta questi servizi, infatti, è generalmente un uomo o una donna (un po’ più numerosi i primi se non su Etsy), e quasi nella metà dei casi con un’età che va dai 34 ai 54 anni (quasi il 48% su Airbnb, il 52% su Blablacar, il 44% su Etsy, il 47% su ebay, il 49% su Subito) con punte interessanti anche fra gli ultra 55 (su Airbnb sono il 18% del target). Persone qualificate, sia in termine di istruzione che di condizione professionale, ma non particolarmente benestanti (il 42% delle persone che frequenta Airbnb, il 39% di Blablacar, e il 40% di ebay, per esempio, ha un reddito che va dai 18 e i 36 mila euro), dato più o meno in linea con alcune  ricerche americane.
Perché dunque monitorare questi servizi? Prima di tutto perché sono in continua crescita. A parte Airbnb che in maniera sorprendente rispetto a marzo dell’anno scorso – in piena fase di lancio – ha diminuito le visite sul suo sito del 28%, tutti gli altri servizi analizzati in questo ultimo anno sono cresciuti: si va dal +7%di ebay, al +44% di Subito, al +49% Etsy, fino al +152% Blablacar, e al +357% di Reoose.  Non è tuttavia sui singoli servizi che si intende scommettere, ma su l’intero settore che all’estero sta raggiungendo numeri interessanti (negli ultimi due anni il 52% degli americani hanno preso in prestito o scambiato articoli che prima normalmente acquistavano), ma che cresce anche in Italia per numero di utenti ma anche per  piattaforme (oggi su Collaboriamo.org ne sono catalogate 100 ma almeno altre 30 devono essere ancora inserite). Le quali tra l’altro, in prospettiva, possono far leva su un interessante bacino di utenti come si evince dall’analisi dei dati di ebay e di Subito. Le persone che oggi acquistano su queste piattaforme, infatti, sono potenzialmente le stesse che potrebbero condividere la loro casa su Airbnb, la loro auto di Blablacar, pubblicare o acquistare lavori fatti a mano su Etsy, piuttosto che barattare i propri beni su Reoose, o giocare a calcio con Fubles, e così via. Chi frequenta questi servizi, infatti, non ha timori di acquistare sul web, e, soprattutto ha già fatto suoi, magari inconsapevolmente, i principi base della sharing economy, perché utilizzando queste piattaforme trova normale fidarsi degli sconosciuti -misurati attraverso il sistema di rating-, ed è abituato a sfruttare a pieno e a rimettere in circolo le risorse. Al di là dei numeri illustrati, comunque, questi servizi cresceranno perché mettendo direttamente in contatto le persone e quindi disintermediando, propongono nuovi modi di consumare, di lavorare, di imparare, di produrre, di investire, di gestire il proprio tempo e così via. Nuovi stili di vita che rispondono alle esigenze delle persone che vivono  il nostro tempo costrette dalla crisi a ripensare ai modelli utilizzati fino a qualche tempo fa. In questo senso, allora, si può dire che questi servizi sono di moda, e in questo senso, probabilmente anche Gothe non avrebbe avuto nulla da obiettare.

Marta Mainieri per Che Futuro

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